Dalla raccolta Box(e). La scatola dei pugni, Edizioni Ensemble (2019).

 

Spostarsi

Quelli che non si fermano mai e
non fanno mai parte di niente:
la moltitudine è in loro
ma non lasciano traccia lì fuori.
Non c’è spazio per l’omaggio
in onore a coloro che viaggiano.

Quindi non cambiare troppo spesso
di residenza, cerca di vivere e morire
sempre nella stessa casa,
la verità si beve mettendo radici
e non di valigia in valigia,
legato a un camion di traslochi.

Ci hanno venduto la sciocchezza
che essere liberi vuol dire viaggiare,
quando in realtà essere liberi
vuol dire saper viaggiare
nei microscopici dettagli
della nostra poltrona, tra le strade
del nostro quartiere, conoscere fino in fondo
le piccole miserie dei nostri vicini
e le loro virtù.

Ma in questo mondo
di quartieri senza residenti
che ha fatto del cambio costante
un dogma più grande di noi,
non ti è dato sapere neanche
il nome della tua strada.

Non viaggiare, quindi. Resisti.
Non viaggiare. Resta dove sei.
Diventa ciò che ti circonda,
le stoviglie e i mobili di famiglia,
il bar sotto casa, il cane della porta accanto,
gli orari del medico e del postino.

La poesia respira
nell’immensità della clausura.

 

*

 

Villa Albani

Agosto non ammette segreti,
spara i suoi laser su tutto
aprendo ogni minimo
anfratto, svelando ogni cosa.
Una villa signorile si nasconde
tra le viuzze del Salario
e non piange più, crepuscolare,
con lunghi rami d’edera o fontane,
ma ora cigola appena, secca, e tace
nell’abbraccio delle inferriate arrugginite,
tra gli intonaci sgretolati
e le persiane ridotte a legna da stufa.
Una statua anonima di donna su triclinio,
grigia e corrosa, guarda le macchine
in sosta oltre la cancellata, pigra
e appisolata nella sua solitudine
pensando a che bella sarebbe la vita
se potesse fare un giro su quella Seat.

Invece agosto la cuoce e polverizza
inestinguibilmente.

 

*

 

Maggio

A stare dentro di me non riesco,
mi scappa la vita da tutte le parti
ed esco dal mio corpo e mi moltiplico,
e sono qua e all’improvviso sono là
giro lo sguardo e altri due me
sono a nord e a sud,
chi visita una tomba antica, chi sta
a letto con un paio di amiche,
chi molla tutto e parte, zaino in spalla,
ma c’è anche, sempre, quello
che resta a casa tranquillo, chino sui libri
a lavorare.

Di questi tempi senza tempo
l’uno sente le potenzialità
dei cento
si vede circondato da gente che lo ama
e poi si stanca, cancella tutto e sogna
se stesso immerso nella quiete
di un eremo o di una spiaggia lontana,
poi volta di nuovo pagina e sente al tatto
l’odore piccante dei soldi, e impazzisce
alla sola ombra dell’idea
che quei cento possano presto farsi mille,
diecimila, e realizzarli tutti.
Ma svanito anche l’ultimo sogno
moltiplicatore, resta qui da solo
e tocca con mano la fallibilità
della matematica. E nella nebbia
delle fantasie svanite, un’eco,
una melodia lontana instilla
l’inafferrabile gioia
dell’essere pienamente uno.

 

 

Valerio Cruciani (Roma, 1977) è scrittore, sceneggiatore, professore di scuola secondaria e tutor di laboratori di cinema e poesia. È stato tra i fondatori della rivista digitale «Amnesia Vivace». Ha vissuto in Spagna per quasi dieci anni. Oltre a Box(e). La scatola dei pugni, ha pubblicato anche Le città hanno gli occhi sempre aperti, La scheggia nel dito e Resurrezioni occasionali. Ha partecipato a diversi festival internazionali e alcune riviste hanno pubblicato sue poesie tradotte in inglese, in spagnolo, in serbo e in maltese. Sempre in Spagna, la casa editrice Click Ediciones (Gruppo Planeta) ha pubblicato i suoi primi quattro romanzi ed è autore della piattaforma di chat stories «Leemur». Come sceneggiatore, ha scritto corti, serie e lungometraggi, collaborando spesso con produttori e registi. Attualmente vive a Roma, dove lavora a un’antologia di poeti della Rioja, a un nuovo romanzo e a una raccolta di racconti.

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