SCAFFALE POESIA: EDITORI A CONFRONTO
XXII PUNTATA

EDIZIONI KOLIBRIS

 

Può raccontarci brevemente la storia di Edizioni Kolibris? Quali sono, a Suo giudizio, le peculiarità che la differenziano dalle altre case editrici?

Edizioni Kolibris è nata nell’ottobre del 2008, quando vivevo a Bologna e ha pubblicato i primi volumini agli inizi del 2009. Dopo il dottorato avevo fatto diversi lavori, dall’assistenza agli invalidi all’insegnamento dell’italiano a stranieri, dall’inserimento dei migranti nel mondo del lavoro alla segretaria di redazione per una rivista di architettura, dalla segretaria per una associazione artistica al fattorino fino ad approdare dietro allo sportello dell’InformaGiovani della mediateca di San Lazzaro, dove non essendoci grande affluenza di giovani in cerca di lavoro, ho cominciato a informare me, che tra un lavoro precario e l’altro giovane non ero più. In quegli anni di contratti fantasma, a progetto e occasionali, ho acquisito molte delle competenze pratiche, burocratiche e amministrative necessarie all’apertura di un’impresa (e dell’incubo della partita iva) per diventare l’ossimoro di un ‘commerciante’ di poesia. Tutto questo mi ha permesso di uscire dal limbo dell’università, che non ti fornisce alcuna competenza utile ad affrontare la situazione – drammatica – del mondo del lavoro in Italia. Sono partita da zero, in una stanza di due metri per tre alla periferia di Bologna. All’inizio lavoravo notte e giorno da sola, ma non lo sono rimasta a lungo. Ho iniziato fin da subito a occuparmi di poesia straniera, creando una vasta rete di contatti e di rapporti con istituzioni culturali e ministeri, editori, autori e studiosi in tutto il mondo. Questo mi ha dato lo slancio per affrontare le difficoltà e le ansie di ogni inizio e la fiducia per continuare. I primi anni sono stati i più duri, quelli in cui ho dovuto imparare a conciliare l’ingenuità dell’entusiasmo e la smania della passione con limiti oggettivi e ostacoli surreali, procedendo per prove ed errori, con la consapevolezza che basta un solo passo falso per fallire. Nel corso dei primi dieci anni di attività abbiamo avviato una collana di poesia italiana e una ventina di collane di poesia straniera (in edizione bilingue) ciascuna delle quali dedicata alla poesia di un paese europeo o extra-europeo. Da tre anni sono nate anche una collana di narrativa, una di saggistica e una di contaminazioni di linguaggi artistici.

La peculiarità di Kolibris rispetto ad altre realtà editoriali credo risieda proprio nella valorizzazione del ruolo cruciale d’intermediazione culturale svolto dalla traduzione e nell’ampio spazio dedicato alla letteratura straniera e al dialogo tra culture, presentando sia grandi voci del panorama poetico internazionale (da Guy Goffette a Nuno Júdice, da Inger Christensen a Juan Gelman, da Edwin Morgan a Günter Kunert, da David Huerta a Manoel de Barros, da Tamara Kamenszein a Adélia Prado, per dirne alcuni), sia a giovani promettenti e autori meno noti ma non meno degni di nota. E con un occhio di riguardo alla letteratura della migrazione e alle opere di poeti che scrivono in una lingua diversa dalla lingua madre, da Abdellatif Laâbi, incarcerato e torturato per dieci anni nelle carceri marocchine a seguito di reati di opinione ed esule a Parigi a Carmen Bugan, esiliata con tutta la famiglia a seguito dell’arresto del padre sotto il regime di Ceaușescu, e molti altri esuli e resistenti. Altra peculiarità di Kolibris è che le collane non hanno direttori editoriali. Questo lascia ampio margine alla pluralità ed eterogeneità delle proposte, evitando favoritismi, ostracismi e chiusure idiosincratiche. Per le collane di poesia e narrativa italiana la nostra risorsa sono i manoscritti. Per le collane di poesia e narrativa straniera ci affidiamo al monitoraggio costante di ciò che avviene all’estero, alla ricerca inesausta, al consiglio di studiosi, autori ed editori in loco, più che alle classifiche di vendita e gradimento ufficiali. Negli ultimi anni sono sempre più spesso gli autori stessi a proporsi dall’estero, o a proporre voci che ritengono meritevoli di essere tradotte e fatte conoscere in Italia. Questa è stata senz’altro una bella conquista.

 

Potrebbe enunciare i criteri di scelta a cui si attiene per le pubblicazioni di poesia? Può definire la linea editoriale che caratterizza le Edizioni Kolibris in ambito poetico?

Proprio per la struttura mobile ed eterogenea di cui ho detto sopra, non esiste una tendenza editoriale rigida, normata e predefinita, né una precisa idea di canone da imporre o propagare. La nostra proposta è votata all’eterogeneità. Il criterio di selezione si basa su un’attenta valutazione del valore letterario e della valenza comunicativa dell’opera, quella che nasce dalla ricerca linguistica individuale e dalla peculiarità dello stile, a prescindere dai gusti del direttore editoriale (leggo tutto personalmente, ma non pubblico solo quello che risuona nelle mie corde). Le scelte nascono dal dialogo e dal confronto tra persone con orientamenti e visioni letterarie anche molto diverse e a volte contrastanti. All’inizio esisteva un ampio comitato di redazione. Adesso ne esiste uno molto più vasto ma ideale, sottratto a ogni gerarchia e definizione. Anche se ci sono collaboratori più vicini e presenti di altri, con i quali condivido le difficoltà e le urgenze del piano non-piano editoriale e soprattutto le piccole soddisfazioni del quotidiano.

 

Quali sono i punti di forza e le criticità di una piccola casa editrice che si occupa di poesia, oggi, come Edizioni Kolibris ?

Il punto di forza di Kolibris è l’apertura alle altre culture. I libri di poesia straniera sono quelli che attirano di più l’attenzione del lettore, forse perché è più difficile reperirli altrove. Le criticità sono infinite e d’ordine vario. Dal monopolio del sistema distributivo a una tassazione feroce, che equipara l’attività culturale a quella commerciale. Ma i problemi legati alla distribuzione sono aumentati negli ultimi tempi. Se da un lato le librerie fisiche sono diventate in media più collaborative con gli editori indipendenti, quelle virtuali hanno iniziato a scoraggiare i lettori, dando i libri per esauriti o fuori catalogo, procrastinando all’infinito le spedizioni e provocando grossi danni e qui pro quo anche con i lettori abituali, cui viene comunicato che la responsabilità dei disservizi è dell’editore. La soluzione credo sia l’assoluta anarchia distributiva. Lavorando sulla poesia straniera si aggiunge il grande scoglio dell’acquisizione dei diritti, che spesso costringe a rinunciare a importanti progetti, oltre al raddoppiamento – se va bene – di tutti i costi di produzione e spedizione rispetto ai volumi di poesia italiana.

 

Edizioni Kolibris è molto attiva nella pubblicazione di voci poetiche straniere, molte delle quali sono tradotte da Lei stessa. Scorrendo il catalogo di Kolibris si ha l’impressione di compiere il giro del mondo per la varietà di paesi da cui si affacciano poeti spesso qui poco noti. Lei crede che in Italia si presti abbastanza attenzione agli autori e alle autrici che scrivono da altre latitudini? Quali sono le tendenze che attraversano la poesia contemporanea oltre i confini italici?

Come dicevo riscontro attenzione e curiosità crescente nei confronti della altre culture da parte del Lettore, che è quello che più mi interessa. Da parte di critici, giornalisti e addetti ai lavori sui media nazionali registro per lo più chiusura e indifferenza, anche nei confronti di autori internazionalmente noti e voci altissime che portano testimonianze dirette di esilio, prigionia e persecuzione (delle quali si preferisce parlare in modo mediato e strumentale). Pazienza. Il lettore di poesia sa già più o meno cosa vuole e in qualche modo lo trova sempre. Ci sono comunque realtà vivaci e consolidate che si occupano di interscambi culturali. Diversi nostri autori sono stati ospiti di Università e festival internazionali, come Ritratti di Poesia a Roma, Il festival di San Benedetto del Tronto, Parole spalancate di Genova, Poetry on the Lake di Orta e alcuni, come Nuno Júdice hanno ricevuto importanti riconoscimenti nell’ambito di premi per la traduzione, come Europa in Versi e Camaiore. Per il resto conto più sulla curiosità dei giovani e sul fermento in rete di iniziative indipendenti come la vostra. La diffusione del nuovo in poesia oggi è affidata più ai blog e alle riviste online che alla carta stampata e alle realtà istituzionali.

All’estero mi pare che ci sia una maggiore selettività, o forse è solo che la distanza contribuisce a filtrare l’enorme varietà della proposta. Io amo molto la poesia di natura, che in Italia è liquidata superficialmente come recrudescenza bucolica, mentre in Irlanda, per esempio, ma anche in Galles e Scozia ha una vasta e ricchissima tradizione, esplorando la quale è possibile avvicinarsi alle radici della cultura, che affondano nella terra e in quel legame con la natura che ci riporta alle origini dell’umano. Amo molto anche la poesia dell’America Latina, pervasa da una passione, da una tensione all’assoluto, e da una spiritualità profonda che avverto molto vicine. Ma le tendenze sono davvero tante e diversissime. Rischierei di fare un discorso riduttivo. Certo fuori dai confini si respira. O forse è la curiosità per l’altro che mi attira e il privilegio dell’assenza che mi salva dalle inconsistenze.

 

Ha qualche aneddoto da raccontarci in merito a qualche titolo del vostro catalogo, a cui Lei è particolarmente legata?

Ce ne sarebbero tantissimi… Lavorare con l’estero ha rappresentato per me un’esperienza nuova, sconvolgente e stimolante, aprendo ogni orizzonte, arricchendo ogni giorno la mia vita d’incontri, scambi e collaborazioni, in una confusione di lingue, climi, linguaggi e fusi orari. Non so se per caso o per fortuna, sono entrata in una dimensione lavorativa nuova, dove anche cose che avresti detto impossibili si rivelano – salvo eccezioni – più facili del previsto grazie alla gratuità di collaborare a una causa comune: la diffusione della cultura. Ho imparato che è molto più facile intervistare un Premio Pulitzer che uno sconosciuto poeta italiano. È più facile che ti risponda il Ministero della Cultura Australiano che un assessore del Comune di Ferrara. È più facile interagire con Gallimard che con una casa editrice di quartiere. Difficilmente resti senza risposta. E questo è stato per me una novità molto incoraggiante anche sul piano umano. Una bellissima sorpresa l’ho avuta di recente rispetto al progetto di traduzione di una antologia di del poeta ecuadoriano Jorge Carrera Andrade. Da anni studiavo la sua opera, con il desiderio di tradurlo, ma quando ho pensato di concretizzare l’idea ho incontrato molte difficoltà per scoprire chi fosse il detentore dei diritti. Poi un giorno, scrivendo a un editore messicano in merito a un loro autore, il discorso è caduto non so come su Andrade e la spinosa questione dei diritti che stavo affrontando. L’editore mi ha passato il contatto di un critico che aveva lavorato su Andrade, che mi ha messo in contatto con un altro studioso, che a sua volta mi ha messa in contatto con il figlio del poeta, che risiede in Spagna, da cui – dopo varie vicissitudini – ho avuto l’autorizzazione a realizzare il mio sogno. Altra cosa che amo è mettere in contratto tra loro persone provenienti da esperienze poetiche diverse, ma animate dalla stessa curiosità e propensione all’incontro in versi. Negli ultimi tempi, con i poeti Stefano Serri e Michele Nigro, si è spontaneamente creato un piccolo gruppo di lavoro sull’opera di João Luís Barreto Guimarães, in un work in progress che ha portato a quotidiani confronti e spaccio internazionale di poesia da un rifugio all’altro.

 

Secondo la sua esperienza, nell’Italia coeva i libri di poesia suscitano interesse o meno? Vendono poco, come spesso si legge e si sente dire, oppure no? Cosa si potrebbe eventualmente fare per incrementare l’attenzione del pubblico e incentivarlo a leggere più poesia?

L’interesse per la poesia è sempre avido e vivo e credo che morirà con l’essere umano, del quale la poesia rappresenta la più naturale forma espressiva. La poesia però prescinde dall’oggetto libro. Del resto nasce dall’oralità, cui un tempo era affidata la diffusione della cultura. Oggi non s’impara più a memoria, ma la condivisione dei versi continua ad avvenire per lacerti, stralci, frammenti sparsi, post-it da attaccare alla testiera del letto, frasi da copiare sul diario o lasciare sul comodino. Oppure mediante gli appunti e post-it di ultima generazione: post, pin, tweet. Non tutti i lettori casuali e occasionali poi approdano al libro, ma l’interesse per la poesia mi pare crescente. Non è che la poesia non vende. Certo potrebbe vendere molto di più se si eliminassero tutti gli ostacoli (i disguidi, le anomalie, i ritardi) legati alla distribuzione di cui parlavo prima. Oggi si dice che tutti scrivono poesia ma nessuno la legge. Che in molti provino a scrivere poesia mi pare naturale come che prima o poi una persona che ama molto la musica prenda una chitarra e provi a strimpellare. Non ci sarebbe nulla di male nel fatto che il pubblico della poesia sia in gran parte composto da poeti. Potrebbe anzi rappresentare un punto di forza che fa leva sulla disciplina dell’ascolto, se solo più gente leggesse anche le poesie che non ha scritto personalmente. Credo che invece di organizzare corsi di scrittura e seminari di poesia, si dovrebbero incentivare corsi e seminari di lettura, per far capire agli aspiranti poeti quanto sia cruciale confrontarsi con molteplici e variegate esperienze altre dalla propria, prima di prendere una penna in mano. E poi ci sarebbe bisogno di corsi di lettura ad alta voce. Molti poeti non sono in grado di avvertire la musicalità della parola e di percepire a orecchio il ritmo del discorso poetico, che è come voler scrivere senza sapere l’alfabeto. Credo inoltre che i poeti dovrebbero cercare di essere meno autoreferenziali e abbandonare l’attitudine snobistica nei confronti del lettore, provando ad avvicinarsi a lui. Parlo di atteggiamento e apertura, non di linguaggio e di stile. La lingua della poesia deve restare quella che è: canto alto. L’editoria da parte sua dovrebbe – utopia – smettere di considerare il lettore un analfabeta funzionale, abbassando di continuo il livello della proposta. La poesia non è per tutti. Non lo sarà mai. Non è annientandola che si risolve il (falso) problema. Anzi, se ne creano di nuovi, allontanando anche i lettori abituali. Per quanto mi riguarda quest’anno vorrei organizzare più letture (più che letture incontri con i lettori). Negli ultimi due anni, con tutti i fili da tenere, non mi è stato possibile organizzarne quante avrei voluto. Però in passato sono sempre state belle occasioni di scambio (e abbiamo venduto molto). Un’esperienza emozionante è stato leggere i testi sia in originale che in traduzione. Anche le persone che non comprendevano la lingua erano in ascolto, in silenzio assorto, a dimostrazione del fatto che la musica della parola poetica arriva a prescindere dalla comprensione. (Quindi non è necessario che la poesia si faccia immediatamente comprensibile, edibile, fruibile, godibile, gradevole per conquistare nuovi lettori).

 

Da diversi anni all’editoria tradizionale si sono andate affiancando, affermandosi sempre più, nuove tendenze che vedono internet (dai blog/siti specializzati ai vari social) come dinamico luogo di scritture: per quanto riguarda la poesia, la Rete può aiutare o al contrario ostacolare la diffusione dei libri di poesia? Ultimamente si sta affermando anche il fenomeno denominato “Instagram poetry”: che cosa pensa in merito a questa nuova tendenza?

Il lettore abituale di poesia sa di non trovarla in libreria. Perciò la rete aiuta senz’altro la diffusione di libri. Molti dei nostri lettori sono persone che ci hanno conosciuto in rete, che seguono giorno per giorno proposte e anticipazioni. È facile che ci scoprano leggendo una poesia su una rivista o su una bacheca. La rivista Iris News ha una media di 1500 visitatori unici al giorno, provenienti un po’ da tutto il mondo. L’importante è non farsi condizionare nelle scelte dall’espressione di gradimento estemporanea (like) e dalla necessità di approvazione esteriore, che il più delle volte è inversamente proporzionale alla validità della proposta e viene accordata per motivi che esulano dalla letteratura (e dalla lettura). Il lettore vero è per lo più silenzioso, a meno che non ti conosca personalmente e voglia lasciarti un cenno di graditissima presenza. Dell’instagram poetry ho parlato spesso. Con la poesia ha poco a che fare. La danneggia soltanto nel momento in cui viene spacciata per poesia, quando è una forma d’intrattenimento – legittima – come tante. È lo scheletro della poesia, che da sempre affronta i soliti temi dell’Umano (amore, solitudine, assenza, dolore), ma scarnificato: privato della carne e della pelle del linguaggio, dei muscoli e dei nervi del ritmo, del sangue e della linfa della musicalità. Come molte altre esperienze ‘poetiche’ misteriosamente considerate autorevoli.

 

Che consigli darebbe a un/a autore/autrice che volesse pubblicare un proprio libro di poesia?

Consiglierei di lasciarlo riposare. Di tornarci più e più volte a distanza di tempo. Vedere se resiste allo sguardo a freddo, all’obiettività della distanza. Di lavorarci e lavorarci ancora in levare, limando fino all’essenziale. Di essere spietati con se stessi e con le proprie parole, di pesarle tutte a una a una. E poi far leggere il manoscritto a persone della cui competenza si fida, prendendo in considerazione eventuali consigli e pareri in quanto tali, e non come affronti personali. Infine scegliere un editore. Consiglierei di tenerci al proprio manoscritto, di non sprecarlo mandandolo in giro alla cieca a decine di editori (magari coi nomi in chiaro) diversissimi tra loro, soltanto per vedere chi è il primo che risponde. Ma di scegliere con chi vorrebbe pubblicare. Credo che il modo migliore sia guardare il catalogo, vedere se c’è una bella compagnia, che aria respira, se l’aria è varia. Scegliere per adesione a un progetto, imparare i nomi di chi se ne occupa, per non sbagliarli nella lettera di presentazione. Affidare loro il manoscritto, lasciarlo andare. Consiglierei di lasciar perdere se pensa che un libro di poesia possa portargli vantaggi materiali e un riconoscimento che vada al di là della grazia dell’incontro.

 

Chiara De Luca corre 15 km al giorno. Poeta, fotografa, videomaker, traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Ha studiato Lingue e Letterature straniere all’università di Pisa, ha frequentato la Scuola europea di traduzione letteraria di Magda Olivetti a Firenze e il master in traduzione letteraria per l’editoria dell’Università di Bologna, dove ha conseguito un dottorato in Letterature europee. Ha insegnato Lingua e Cultura italiana all’Università di Parma e alla Johns Hopkins University di Bologna e ha lavorato come insegnante e consulente per il Goethe Institut di Parma, la Inlingua di Bologna e altre scuole di lingue e italiano per stranieri. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei di lingua inglese, francese, tedesca, spagnola e portoghese e diversi altri autori per siti e riviste letterarie. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015), raccolta di saggi, articoli e recensioni su un centinaio di poeti contemporanei italiani e stranieri, già pubblicati in precedenza su rivista, in volume o in antologia. Ha pubblicato con Fara i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Come saggista e traduttrice ha collaborato con numerose riviste, e-zine e siti internet, ha scritto articoli, recensioni e saggi accademici. Sue foto sono incluse nei libri Poesie nello stile del 1940, L’Assoluto, e FW 17-18 Men’s Collection di Massimo Sannelli. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News, dedicata alla poesia da tutto il mondo, alla letteratura della migrazione, al bilinguismo, all’arte e alla fotografia.  Il suo sito è http://chiaradeluca.net.

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