Dalla prefazione di Eliana Como

La poesia, la letteratura, l’arte, il cinema, in generale la produzione simbolica hanno sempre descritto la società e con essa il lavoro, entrando nell’immaginario comune e nella produzione di senso anche più di tante accuratissime riflessioni teoriche. Ecco perchè un libro di poesie come questo può essere, al pari di altri testi di politica, economia e sociologia, un modo per parlare del lavoro e, in particolare, del lavoro che cambia, lì dove si sperimentano le nuove e più radicali forme di sfruttamento, in quel reality del nuovo mercato del lavoro, dove non ci sono diritti, non c’è orario e non c’è luogo di lavoro, non c’è malattia e non ci sono ferie, a volte non c’è nemmeno salario […] A fronte di una condizione di lavoro per definizione monotona e ripetitiva, la classe operaia aveva in cambio la costruzione di un sistema di tutele e diritti di cui lo Statuto dei Lavoratori fu l’architrave. Oggi siamo tutte e tutti precari, senza articolo 18 né posto fisso. È sparito il Lavoro. È rimasto lo sfruttamento. E la classe operaia è ancora lì, dove è sempre stata. Solo che ha più paura, è più sola e più ricattata. […] È di questa classe che queste poesie parlano, in modo a volte più efficace di tanti nostri comunicati. Leggetele, anche con la speranza che questa classe torni finalmente a alzare la testa, nell’immaginario collettivo e simbolico, ma soprattutto nella politica e nel sindacato.

Dalla postfazione di Alberto Mori

[…] Gran parte degli autori si oppongono/pongono in gioco direttamente la propria esperienza, che è stata troncata nel rapporto lavorativo, anche se la mancanza è di qualcosa che forse non è neppure esistito come rispetto delle capacità ed attitudini personali
[…] Quello che spesso traspare nei testi degli autori sono sguardi che si concentrano sulla propria condizione che si vuole lavorare fino in fondo. Talvolta si assiste a veri e propri sfondamenti identitari pur di restituire ancora volontà aggregative efficaci.
[…] Sarà la poesia a leggervi tutti: compito di tutta una civiltà, se vuole divenire coscienza critica di ciò che le accade. Nel frattempo, in un mare di sillabe ancora paziente, chi legge può trovare e ritrovare la necessità, mai banale ed ovvia, di un senso storico ancora presente, senza nessuna intermediazione e rimozione digitale degli schemi e degli schermi. Coloro che le hanno scritte hanno riunito quello che l’umano conosce e sa di poter fare con le proprie forze.

Da La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro, a cura di Valeria Raimondi (Pietre Vive Edizioni 2019)

 

FABIO FRANZIN
Marta

Marta l’à quarantatrè àni.
Da vintizhinque ‘a grata
cornìse co’a carta de véro,
el tanpón, ‘a ghe russa via
‘a vernìse dura dae curve

del ‘egno; e ghe ‘à restà
come un segno tee man:
carézhe che sgrafa, e onge
curte, da òn. I só bèi cavéi
biondi e bocoeósi i ‘é ‘dèss

un grop de spaghi stopósi
che nissùna peruchièra pòl
pì tornàr rizhàr. Co’a cata
‘e só care amighe maestre
o segretarie, ghe par che

‘e sie tant pì zóvene de ea,
‘a ghe invidia chee onge
cussì rosse e longhe, i cavéi
lissi e luminosi, chii déi
ben curàdhi, co’ i sii pàra

drio ‘e rece, i recìni. Le
varda e spess ‘a pensa
al só destìn: tuta ‘na vita
persa a gratàr, a gratarse
via dal corpo ‘a beézha.

Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani: / carezze che graffiano, e unghie / tozze, da uomo. I suoi bei capelli / biondi e ondulati sono ormai // un groviglio di spaghi stopposi / che nessuna parrucchiera potrà / più rimodellare. Quando incontra / le sue coetanee, maestre / o segretarie, le sembrano // tanto più giovani, / le invidia quelle unghie / così rosse e lunghe, i capelli / lisci e luminosi, quelle dita / ben curate, quando se li scostano // dietro le orecchie, gli orecchini. / Le osserva e spesso pensa / al suo destino: tutta una vita / persa a grattare, a grattarsi via dal corpo la bellezza.

 

LUCA BASSI ANDREASI
Statuto dei lavoratori

E dello Statuto hai saputo?
Sì, m’è spiaciuto.
L’importante è che non abbia sofferto.
No, in realtà agonizzava da tempo.
Se n’è andato in punta di piedi.

Sei stato al funerale?
No, non mi han dato il permesso.
Neppure a me.

 

LUCIANNA ARGENTINO

E in ultimo ci sono io,
esercitata al bene e alla pazienza,
io con la mia vita stretta stretta,
con i miei tanti nomi,
io che osservo assediata
da centinaia d’occhi,
che nella speranza allevo parole,
io con i miei pensieri frantumati,
mandati a capo come una cattiva poesia.
Qui ogni minuto che scorre ha un volto diverso,
una diversa cifra, grani di un immenso rosario:
ognuno con la sua muta preghiera
o la sua muta bestemmia,
che poi è lo stesso se crediamo
ci sia un Dio ad ascoltare.

 

FRANCESCO ZANONCELLI
Non ditemi che i tramonti sono rossi

E queste morti bianche
si tingono di rosso
sempre di grida
appese al gancio che le sgozza.
Sicuramente mi dirai
che sono cruento
troppo.
Non mi conosci allora tu:
sapessi dove sono capace di arrivare
quando come un rapace
mi avvento su brandelli di ingiustizia
sul peso di fardelli che il potere
gestisce fra una croce benedetta e
una maledetta confessione
profumata d’incenso e pentimento.
I fiori crescono perché
ben letamati
però benamati ricchi
non ve ne approfittate
ché le fosse attendono opulenza.

 

SAVINA DOLORES MASSA
È nero il giacinto

Non era il profumo del giacinto che Amid sognava
nel suo quarto di notte assopito
palme in soccorso
palme ai venti selvatici un po’ uguali a quelli di Calabria
il po’ affinché rischiasse di pensare
agli agrumi appesi tra le foglie
come gris gris portafortuna per una dignità
da vantare al suo paese essiccato come foglia di tabacco
al sole dai confini con fucili.

Non lo racconterà a casa il bracconaggio
di uomini a fiutare la fiera
la pantera che osava fare del fiato stanco la parola.

Com’erano? chiederebbe la madre alla busta di stracci
tornata zitta ma truccata di lusso di marchio occidentale.
Com’erano? chiederebbero i nipoti
le mani sulle orecchie
e sul destino di non poter mai abbandonare
il luogo in cui ha diritto al non ritorno
perfino il migrare di un uccello.

Amid respira a stento e tace l’ira giusta
la rovina
di arance destinate a somigliare
ai seni d’ogni donna nera con creatura.

Tace del cacciatore di piccola statura analfabeta
che mai neppure era riuscito
a insegnargli la lingua per esprimersi con senso.

Cacciatori con antenati non sepolti in terra di Calabria
se spersi in camposanti con canguri
o sotto tacchi di tanghi d’Argentina.

Cacciatori con carretto per somari parcheggiato
perfino sulle zebre di un asfalto che fece male
alla faccia premuta a terra con un piede

Amid non la racconterà la miseria intellettuale sul miraggio
No!
Sul diritto
No!
Sul miraggio per una patetica cenciosa Rosarno
per la prima volta nella Storia a fare voce grossa
tra i fumi della merda degli equini
il marcio degli agrumi
il culo alla camorra
la fame inverminata: con che vanto?

Non li racconterà a nessuno questi giorni di poveri in battaglia
li getterà in un pozzo asciutto assieme alla sua busta da viaggio

saprà probabilmente amare la bellezza di un nero di giacinto
quando ogni 27 di gennaio il mondo sa mentire la Memoria.

 

Valeria Raimondi vive a Brescia. Attualmente è vicepresidente dell’Associazione culturale Movimento dal Sottosuolo.
Nel 2013 con il MDS cura il Festival Sconfinatementi, gemellaggio con i poeti dell’Università di Kragujevac.
Nel 2016 esce per Gilgamesh ed, un’antologia bilingue a cura di Valbona Jakova, con testi suoi, di B.Costa e J. Hirschman presentata in Albania; nel 2018 un’antologia italo-brasiliana a cura di Rosana Crispim da Costa, che contiene una decina di sue poesie presentate a San Paolo, Brasile.
Con Donne A(t)traverso propone un recital narrativo sulle origini della violenza di genere: Prigioniere delle trame, liberate dalle Reti.
Una decina di inediti sono contenuti in Distanze, Fara Ed, e alcune invettive nella Gazzetta dei Dipartimenti del Collage de ‘Pataphysique. Una sua poesia è intro dell’album musicale dei DUNK.
Nel 2011 pubblica IO NO (Ex-io), Thauma ed. e nel 2014 la silloge Debito il Tempo, Fusibilia, opera vincitrice del Premio Eros e Kaìros, entrambe ripubblicate con Pellicano ed.
L’opera collettiva La nostra classe sepolta, cronache poetiche dai mondi del lavoro, di cui è curatrice, esce a maggio 2019 per Pietre Vive Edizioni.

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