Dalla presentazione di M. Lope Estrada

Visionario, spiazzante, epico, ventoso, Benozzo ha una capacità solo sua di riportare la parola al momento in cui ogni parola nominò il mondo la prima volta. […]. Ciò che questo poeta coerentemente e sorprendentemente mette in atto, poema dopo poema, è una rivoluzione dell’idea stessa di poesia: senza mezzi termini, e con la sua dimensione atemporale e universale, in questo momento è lui l’Omero della post-modernità.

 

Da Poema dal limite del mondo (Edizioni Kolibris, 2019)

PARTE TERZA
LUOGHI SENZA LA NOIA DELLA STORIA

Cronaca dei luoghi alti: l’equinozio
trattiene un verde erboso imperturbabile
sotto un disgelo di costellazioni.
Laggiù, tra le violate sinclinali
l’accumularsi di zavorre urbane
perpetua i surrogati collettivi
di nascite e di morti senza vita
senza decoro, anestetizzate.
Le città-tranquillanti, come farmaci
stipati in inorganici, ordinati
smisurati scaffali di pianura
brulicano sotto il sole – afa d’agosto –
dove si è estinto il canto del poeta
e si rifilano libri-aperitivo
per gli happy hours di editori in voga.
Quassù creature escono tra i rovi
nell’uniformità delle stagioni:
luoghi senza la noia della storia
senza la smania degli intellettuali
senza la futilità degli eremiti
senza cortei che salvano il pianeta
senza stili di vita alternativi
senza promesse – Exitus de Aegypto
senza lusinghe di ecatombi atomiche
senza derive finto-nichiliste
senza risposte blowing in the wind
senza prosopopee da partigiani
senza letterature resistenti
senza i non-senza dei profeti anarchici
senza fascismi e senza anti-fascismi
senza misure e senza qualità
senza formicolii – di madri in figlie –
senza rock star transgenerazionali
senza muraglie, templi, megaliti
senza sublimazioni – Zarathustra, Achab –
senza l’amore e i discorsi sull’amore
senza le fatue verità del cuore:
finché le foglie non dicono chi sono
finché il crinale non s’immerge d’alba
nel verde erboso imperturbato – luoghi alti –
sotto un disgelo di costellazioni.

*

PARTE SESTA
STIAMO TUTTI, NESSUNO ESCLUSO, SCOMPARENDO

Benché abbondino ormai Apocalissi
sulle labbra di molti, in buono stato
truci, tascabili, di seconda mano,
le parole d’amore immacolate
si sono dimostrate intercambiabili
come avamposti aspri e inefficaci,
come emozioni e affetti sempre uguali.
Ho una notizia nera, definitiva:
state tutti, nessuno escluso, scomparendo
– le ragazze-occhi-torbidi, i reclusi
gli adolescenti ridanciani, i vecchi
gli esiliati smentiti dai racconti
le lepri che mi annusano la mano
le madri onnipresenti, quelle inermi
i manchevoli padri vissuti troppo a lungo
i fratelli vissuti troppo poco
gli amici – nessun amico – che sospettano
l’oblio del fuoco nella sua impazienza –.
State tutti placandovi, estinguendovi
affogando nel periplo lunare
nell’inadeguatezza dei miraggi
nelle frane di un’altra nostalgia.
Ho una notizia nera, definitiva:
stiamo tutti, nessuno escluso, scomparendo
senza ragione, senza senso, o forse
senza aver fatto veramente i conti
coi nevicati voli di falene
e coi profili immobili del nulla:
ciascuno alla sua polvere, ciascuno
ai suoi contemplativi ultimi istanti.
Questo poema – indifferente, rude –
vi ha abbandonato, vi ha tradito, ha scelto
di farsi irreprensibile ma ingrato
di assomigliare a un quarzo incondiviso
a una scheggia di stella discontinua
a una lucciola spenta nella brina.
Ho una notizia nera, definitiva:
solo un silenzio di spaventapasseri
– di braccia-legno, senza piume, stolte –
regnerà sui domini disadorni
e sugli enigmi nordici del pianto
dove i suicidi, spesso, ci ripensano
e tornano dolenti verso casa.

*

PARTE QUINDICESIMA
MI SONO SPINTO DENTRO AL CUORE DEL MONDO

Meglio tornare: ho ancora appiccicato
un odore di pesce, legno e mare.
Sulle mie tempie un’onda scintillante
segna un sentiero di terra dentro la terra
o, a volte, uno stupore sottomarino
di conchiglie, di gusci, di alghe nomadi.
Venni a riprendermi la forza incontrollata
dentro una notte infinitamente nuda
coi suoi presentimenti, incalcolabili
come uccelli nascosti nel fogliame.
Mi sono spinto dentro al cuore del mondo
rischiando gli occhi, il canto, la vita stessa,
ho visto il fiume scomporsi, sgomentarsi
assecondare lo splendore del cataclisma,
ho visto il mare rinascere, annientarsi
posseduto da una fugace indisciplina,
ho visto il continente sbriciolarsi
in brandelli di barbari arcipelaghi.
E in quella notte infinitamente nuda
errando tra i frantumi ho appreso questo:
c’è un amore che ricompone i frammenti
ed è più forte di quello che, in precedenza,
dava per certa l’interezza di ciò che ama.

*

PARTE DICIANNOVESIMA
OGNI COSA GIÀ NOTA SI FA OSCURA

Sono il viandante della notte degli alberi
io sono prima e dopo la caduta
io non mi inoltro, vivendo, verso la morte
ma fuggo la catastrofe della nascita.
Sono il viandante della notte degli alberi
dove mi aggiro, quassù, non vedo nessuno
dove pensavo di incontrare i grandi poeti
non ho visto che cardi ed areniti:
nessun fondale obliquo, nessun canto
nessun’ombra di Anchise o di Virgilio.
Comincia a piovere – prati di sud-ovest –
il gheppio ha smesso di gridare, e a valle
ogni cosa già nota si fa oscura.
Si direbbe che il mondo, in questo istante,
abbia deciso di tornare mare.

 

Traduzione in inglese di Gray Sutherland

PART THREE
PLACES WITHOUT THE BOREDOM OF HISTORY

Chronicle of high places: the equinox
holds back an imperturbable grassy green
beneath a thawing out of constellations.
Down there, among the violated synclines
the accumulation of urban trash
perpetuates the collective surrogates
of births and lifeless deaths
with no dignity, anaesthetized.
The tranquillizing cities like medicines
stuffed into inorganic, orderly
boundless flat-land shelves
swarm about beneath the sun – August heatwave –
where the poet’s song has died
and aperitif books are handed around
for smart publishers’ happy hours.
Down here creatures come out from among the brambles
in accordance with the seasons:
places without the boredom of history
without intellectuals’ manic jitters
without hermits’ futility
without marches to save the planet
without alternative lifestyles
without promises – Exitus de Aegypto
without the lure of nuclear hecatombs
without fake-nihilistic bearings
without replies “blowing in the wind”
without partisans’ airs and graces
without resistant literatures
without the not-without of anarchist prophets
without fascisms and without anti-fascisms
without measurements and without qualities
without teeming hordes – from mothers to daughters –
without cross-generation rock-stars
without great walls, temples, megaliths
without sublimation – Zarathustra, Achab –
without love and all that talk about love
without the fatuous truths of the heart:
so that the leaves don’t say who I am
so that the ridge doesn’t hide at dawn
in the unperturbed grassy green – high places –
beneath a thawing out of constellations.
*

PART SIX
ALL OF US, WITHOUT EXCEPTION, ARE DISAPPEARING

Even though Apocalypses now abound
on the lips of many, in good condition
cruel, pocket-sized, second hand,
the immaculate words of love
have shown themselves to be interchangeable
like bitter, useless outposts
like emotions and affections that are always the same.
I have a dark, definitive piece of news:
all of you, without exception, are disappearing
– troubled-eyes-girls, inmates
giggly adolescents, old folks
exiles denied by the stories
the hares that sniff my hand
mothers who are everywhere, and the helpless too
failing fathers who lived too long
brothers who lived too little
friends – no friend – who suspect
the fire in its impatience sinks into oblivion –.
You’re all soothing yourselves, burning out
drowning in the lunar circumnavigation
of the inadequacy of the mirages
in the disasters of another nostalgia.
I have a dark, definitive piece of news:
all of us, without exception, are disappearing
for no reason, meaninglessly, or maybe
without having really come to terms
with the snowfall flight of moths
and the static outlines of nothing:
each one to their dust, each one
to their final moments of contemplation.
This indifferent, rough poem
has abandoned you, betrayed you, chosen
to make itself irreproachable but distasteful
to resemble an unshared quartz
a fragment of a star, broken
a firefly extinguished in the hoarfrost.
I have a dark, definitive piece of news:
only a scarecrow’s silence
– wooden arms, no feathers, stupid –
will reign on the unadorned domains
and the Nordic enigmas of the weeping
where suicides often have second thoughts
and grieving head back to their home.

*

PART FIFTEEN
I PUSHED MYSELF INTO THE HEART OF THE WORLD

Better to go back: I still have stuck to me
the smell of fish, of wood and of the sea.
On my temples a sparkling wave
marks out an earthly path into the earth
or sometimes an underwater amazement
of conchs, of shells, of nomadic seaweeds.
I came to regain the uncontrolled strength
in a night of infinite nudity
with its premonitions as incalculable
as birds hidden in the foliage.
I pushed myself into the heart of the world
risking my eyes, my song, my very life,
I saw the river fall apart, dismayed
complying with the splendour of the cataclysm
I saw the sea being reborn, humbling itself
possessed by a fleeting indiscipline,
I saw the continent crumble away
in shreds of barbarian archipelagos.
And in that night of infinite nudity
wandering among splinters this I learned:
there is a love that puts the pieces back together
and it is stronger than the one which, before,
saw as certain the entirety of that which loves.
*

PART NINETEEN
EVERYTHING ALREADY KNOWN IS DARKENING

I am the traveller of the night of the trees
I am before and after the fall
I do not go forward, living, towards death
but I flee the catastrophe of birth.
I am the traveller of the night of the trees
where I turn, up here, I see no one
where I thought I would meet the great poets
all I saw was thistles and arenites:
no oblique depths, no song
no shadow of Anchises or Virgil.
It’s starting to rain – southwest fields –
the kestrel has stopped calling, and in the valley
everything already known is darkening.
You might say that at this moment the world
has decided to turn back into sea.

 

Francesco Benozzo (1969), poeta, musicista e filologo, è candidato al Premio Nobel per la Letteratura dal 2015. Nel 2016, la giuria popolare del Premio, composta da scrittori, poeti, associazioni, riviste e operatori culturali provenienti da tutto il mondo, lo ha decretato vincitore ideale del Premio. Di Francesco Benozzo Kolibris ha pubblicato i poemi Onirico geologico (2014),  Felci in Rivolta (2015), La capanna del naufrago (2017) e Stóra Dímun (2019).

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