Dalla prefazione di Massimo Sannelli 

L’Istat parla chiaro: “L’età media della popolazione supera i 45 anni”. Si tratta della popolazione italiana, ovviamente. E “solo il 13,4% ha meno di 15 anni”. That’s all, folks? Ecco perché guardiamo Claire Askew come un banco di prova per certe convinzioni. Vediamo. Claire è nata nel 1986, un anno prima che nascesse lo European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, per gli amici ERASMUS. Claire appartiene in pieno a questa generazione. E si vede. Si vede dall’aspetto di Claire? Dai tatuaggi o dal curriculum? Il corpo canta bene, sempre, ma nel libro ci sono solo i testi della mosca bianca, e nemmeno una fotografia. Appartenere all’ERASMUS Generation significa due o tre cose: tutto è possibile – basta volerlo; tutto è conoscibile – basta volerlo; tutto è fattibile se è possibile – e basta volerlo. Sono abbastanza giovane per decifrare il suo linguaggio: un inglese molto anglosassone, con poche concessioni ai termini latini, con molto gergo. E sono abbastanza vecchio per sapere che ci fu l’ultima frangia di un mondo analogico: come per i genitori e per i nonni di Claire, in fondo. Parlo per me, ma con un io generico, che forse vale per molti coetanei, lettori di poesia, cresciuti con l’enciclopedia, senza Google. Senza Rete la poesia di Claire non è difficile. È peggio: è un codice impenetrabile, per chi è diversamente giovane. Ma la Rete di Cosmopolis spiega tutto. Ecco: per Claire, Cosmopolis è la realtà e non è un’eccezione. Oggi una giovane studiosa come lei può avere tutta la cultura internazionale che Pasolini ammirò in Amelia Rosselli. Oggi tutto è Cosmopolis – basta volerlo sapere e vedere –, e nascere anglofoni aiuta. Se tutto è Cosmopolis, l’occhio culturale non distingue più tra un bar e un paesaggio classico, o tra un libro e il mondo. Non per edonismo e non per superficialità. È così e basta. È automatico. E Claire vive in questo automatismo: dove chi è più vecchio di lei si è adattato e ora gode. Il godimento dei vecchi è la velocità raggiunta, impensabile. Per il mondo ERASMUS la velocità è semplicemente un fatto. Claire si può permettere tutto: la parola volgare – vedere per credere: sapete che cosa è un bouquet, oggi, in Gran Bretagna? – e i ritmi da ballata, le citazioni colte – sapete che Rescue Industry esce dall’antropologia di Laura María Agustín? – e un po’ di sano sesso ben scritto (tenete e temete la poesia su San Valentino). Claire scrive maledettamente bene ma l’idea di essere un poeta maledetto non la sfiora. Forse non ci saranno più le grandi Esemplari autodistruttive del grande Stile e della Confessione. Niente Plath, niente Sexton, niente Rosselli. Perché non contano più le domande senza risposta, per le quali si muore se si è troppo santi per vivere. Ora conta un altro fatto: tutto è possibile – conoscibile, godibile, dicibile – e tutto è qui, sul posto, attualmente su questo schermo, non prossimamente. Claire coltiva il culto degli antenati. Ne ha tratto il materiale per dire qualcosa di suo. L’importante è dire, comunque, e stabilire strane e micidiali legioni di parole molto british. Claire ci osserva e ci mangia tutti. Dalla vetrina del bar sorride e prende. Siamo tutti esposti a lei. È molto vorace. In cambio, si fa leggere.

 

Da Questo cambia le cose (Titolo originale: This Changes Things, Edizioni Kolibris, 2019, trad. di Chiara De Luca)

 

I’m sorry I’m still in love with my grandmother

I’m sorry I’m still in love with my grandmother.
Creature in curlers, who never scoured
the pans to your liking; who collected
the milk off the step in her slip
and stockings at seventy; who’d take off
her shoe – stiletto or slipper – to skelp
an unruly dog. I’m sorry I’m still in love.

With my grandmother, everything was done
to extremes. The Christmas puddings, flooded
with brandy; the flames she kindled,
a kimono’d Moloch. Cigarettes, their spent ends
strewn from sink to sofa; the stove with its soup,
and the grate with a fresh glow at 5 a.m. –
the house always hot as hell. I’m sorry,

I’m still in love with my grandmother,
having been plied with shortbread
and sausage-meat sandwiches, too small
to know better. I was seduced
by the photo-albums, the jewellery box –
by the sweet-shop, the swing-park,
the shopping centre. She had so many strategies.

I’m sorry I’m still. In love with my grandmother
is a strange place to be, with a slew of soil
between us now, and only her smoke
from that final, brilliant fire
in the sky overhead.

 

Mi dispiace sono ancora innamorata di mia nonna

Mi dispiace sono ancora innamorata di mia nonna.
Creatura coi bigodini, che non sfregava mai
le padelle per farti piacere; che andava a prendere
la bottiglia di latte sul gradino in slip
e calze a settant’anni; che si toglieva
la scarpa – stiletto o ciabatta – per colpire
un cane ribelle. Mi dispiace sono ancora innamorata.

Con mia nonna, tutto era fatto
all’eccesso. I dolci di Natale affogati
nel brandy; le fiamme che accendeva,
un Moloch in kimono. Sigarette, i mozziconi
sparsi dal lavello al sofà; la zuppa sulla stufa,
e la grata col fuoco appena acceso alle 5 del mattino –
in casa c’era sempre un caldo infernale. Mi dispiace,

sono ancora innamorata di mia nonna,
essendo stata rimpinzata di pastafrolla
e sandwich alla salsiccia, troppo piccola
per regolarmi. Sono stata sedotta
dagli album di foto, dal portagioie –
dalla pasticceria, dal parco giochi,
dal centro commerciale. Quante strategie aveva.

Mi dispiace sono ancora. Innamorata di mia nonna
è strano trovarsi in questo posto, con un mucchio di terra
tra noi ora, e solo il suo fumo
dal brillante fuoco finale
nel cielo lassù.

*

Hometown

Last week a horse drowned in the Junction Pool.
Already it’s an urban myth you don’t believe:
the river still and thick and stinking
underneath its parasol of evening flies.
You’re in the square. You’re counting out
a pocket of shrapnel by the cheap white light
of Tweeddale Tackle’s shuttered front.
Round here, the shops are lit like beacons
every single night, and locals lie
that no one needs to lock their doors.

The next bus won’t be here for hours.
Outside the Cross Keys, limos start to roll up
for the sixth-year prom, drawing listless drunks
out to the steps of all the nearby bars.
You hang moth-like outside the chip shop,
boredom scuffing your school uniform.

Down on the Cobby path the summer nettles
swallow trolleys whole. The sound of tape-recorded bells
hangs in the graveyard yew trees’ grown-out perms.
Boy racers burn their good tyres into useless slicks
broadsiding through the lorry park.
You cheggle off your fringe with safety scissors
in the public loo, wait in the darkening bus stop
for anything.
You get home as the street lights start their on-off
orange flirting with the trees. Your sister says
if you don’t leave this town when you grow up then I will
                                                                     break your knees.

 

Città natale

La scorsa settimana è affogato un cavallo nella peschiera
di Kelso.
È già un mito urbano e non ci credi:
il fiume calmo e denso e maleodorante
sotto il suo parasole di mosche della sera.
Sei nella piazza. Conti schegge di proiettile
da un sacchetto alla luce bianca da due soldi
della facciata del Tweeddale Tackle tutta tappata.
Da queste parti i negozi brillano come insegne
ogni singola notte, e la gente del posto millanta
che nessuno ha bisogno di chiudere la porta.

Mancano ore al prossimo autobus.
Fuori dal Cross Keys, arrivano le prime limo
per il ballo del 6° anno, che fanno uscire apatici
ubriachi sui gradini di tutti i bar dei dintorni.
Te ne stai come una tarma fuori dalla friggitoria,
con la noia che ti sfrega l’uniforme scolastica.

Giù per il sentiero di Cobby le ortiche estive
inghiottono tram per intero. Il suono di campane
registrate aleggia nella permanente dei tassi ipertrofici
del cimitero.
Giovani piloti rendono lisce e inservibili le gomme buone
correndo in cerchio nella rimessa dei camion.
Emergi dalla tua frangia con forbici di sicurezza
nel bagno pubblico, al crepuscolo aspetti alla fermata il
niente.
Arrivi a casa quando i lampioni iniziano il loro flirt
intermittente arancione con gli alberi. Tua sorella dice
se da grande non lasci questa città ti spezzo le ginocchia.

*

The picture in your mind
when you speak of whores

If it contains a backstreet, nasty alleyway
you wouldn’t let your daughter near,
a scum of orange light across the roof
of one cheap, solitary car, then tear it up.
If the focus is on fishnet stockings
pulled with holes and dragging high
into a tatty garter belt, then tear it up.
And tear up too the shiny, slimy, spike-heeled
boots last seen on Cher in 1986,
and then those sci-fi perspex platforms
stocked by the tamer fetish shops.
Tear down the smutty clubs set up by pimps
in purple feathered hats, the upstairs rooms
with torn red lampshades, raided nightly by police.
Tear up the dodgy sepia of gentlemen’s clubs.
Tear up the Playboy Mansion, trim and gilt
of huge and spotless yachts cruising the Med:
exclusive hundred thousand dollar nights you read
an expose about. But equally,
tear up the shipping crates on fishy docks,
vans passing borders in the dark,
the track marks and the crack pipe,
dumpsters, abortions, catfights.
Rip up whatever price you heard,
all those statistics howled in weekend magazines,
what your mate’s mate did in Faliraki on his stag,
the tales of fallen high school track stars,
former beauty queens. For godssakes
tear up Julia Roberts and Richard Gere –
and Cleopatra, Mata Hari, Eliot Spitzer,
Mary Magdalene – tear them up, too.
Now speak of whores. Stand in these tatters
of trash and tell these women one thing –
anything – they don’t already know.

 

L’immagine nella tua mente
quando parli di puttane

Se contiene un sudicio vicolo secondario
e non ci lasceresti avvicinare tua figlia,
una feccia di luce arancione sul tetto
di un catorcio solitario, stracciala.
Se il focus è sulle calze a rete
sfilacciate da buchi e aggrappate
a una malconcia giarrettiera, stracciala.
E straccia anche i viscidi stivali lucidi col tacco
a punta visti per l’ultima volta a Cher nel 1986,
e poi quei plateaux di perspex da fantascienza
accumulati dai fetish shop per domatori.
Straccia i turpi club fondati dai magnaccia
con le piume viola sui cappelli, le stanze di sopra
con paralumi rossi laceri, dove di notte irrompe la polizia.
Straccia il losco seppiato dei club per soli uomini.
Straccia la sede di Playboy, assetto e doratura di enormi
candide barche in crociera nel Med:
notti esclusive da centomila dollari come ti ha detto
una pubblicità. Ma allo stesso modo
straccia le casse d’imballaggio su moli che sanno di pesce,
furgoni che passano i confini nel buio,
piste sul braccio e pipe per il crack,
cassonetti, aborti, battibecchi di donne.
Straccia qualunque prezzo tu abbia sentito,
tutte le statistiche latrate nelle riviste del week-end,
com’era a Faliraki l’addio al celibato dell’amico dell’amico,
le storie delle stelle liceali cadute,
ex regine di bellezza. Perlamordiddio
straccia Julia Roberts e Richard Gere –
e Cleopatra, Mata Hari, Eliot Spitzer,
Maria Maddalena – straccia anche loro.
Ora parla di puttane. Stai su questi brandelli
di spazzatura e di’ a queste donne una cosa –
una qualunque – che non sappiano già.

*

Hydra

Everywhere you look is light
so exquisite it hurts. Light
off the taffeta sea, the brief white
rips of wake and surf; light
frosting the bleached houses’ sides
wedding-cake perfect; light
in the wires, in the cut pot roofs, light
that’s one hundred per cent proof. White-
washed island carefully dressed in light,
bridal; hung with thick sheets of light
like honeycombs, like dress shirts lightly
starched and hung to dry. Yachts in the bite
of the port, marshmallow white,
confettiing armfuls of chopped light
out into water clear and keen as ice.
And over the flat-topped hill as night
comes flirting on, the island saves its great light
show for last. Ancient, many-headed light
that warms the kilns of myth: clay red, bright
pink, streaked ochre fingering the cloth of sky,
the undersides of all the thin white
clouds turned iris, mauve. And then the fine
pale strings of windows flared like Christmas lights
along the port; yachts flicker and go out, and high
across the strait the pinprick warning lights
flick one by one along the radar masts. Tonight,
insomniac in unfamiliar heat, I’ll write
under the moth-bothered kitchen light,
this is the life. Mine is the lightest, easiest life.

 

Idra

Dovunque guardi è luce
tanto deliziosa da far male. Luce
del mare di taffetà, i brevi strappi
bianchi di scia e spuma; luce
che ghiaccia i fianchi imbiancati delle case
perfetta torta nuziale; luce
sui fili, sui vasi di terracotta dei tetti, luce
che è prova al cento per cento. Isola
lavata vestita con cura di luce,
nuziale; spesse lenzuola di luce appese
come favi, come camicie lievemente
inamidate e stese ad asciugare. Barche nella morsa
del porto, bianco altea,
bracciate di luce a pezzi come confetti
nell’acqua chiara e tagliente come ghiaccio.
E sopra le colline dalla cima piatta quando la notte
arriva per flirtare ancora, l’isola salva il suo grande show
di luce perché duri. Antica, luce a più teste
che riscalda le fornaci del mito: rosso argilla, rosa
acceso, ocra striato che tastano la stoffa del cielo,
la base di tutto le bianche
nubi sottili diventate iris, malva. E poi le fini
pallide corde delle finestre accese come luci di Natale
lungo il porto; guizzano barche ed escono, e in alto
attraverso lo stretto le punture di spillo delle spie
intermittenti lungo gli alberi dei radar. Stanotte,
insonne in un caldo sconosciuto, scriverò
in cucina sotto la luce assediata dalle falene,
questa è la vita. La mia è la più luminosa, la più facile.

 

Claire Askew è nata in Scozia nel 1986 ed è cresciuta nelle Marche Scozzesi. Dal 2004 vive a Edimburgo. Ha conseguito un dottorato di  ricerca in Scrittura creativa e Poesia femminile contemporanea all’Università di Edimburgo. Nel 2013 ha vinto l’International Salt Prize for Poetry, e nel 2014 si è classificata seconda all’edizione inaugurale dell’Edwin Morgan Poetry Award per i poeti under 30. La sua prima raccolta poetica, This changes things, è stata pubblicata da Bloodaxe nel 2016. Gestisce il blog One Night Stanzas, e colleziona vecchie macchine da scrivere (al momento ne ha circa trenta).

Chiara De Luca: Corre 15 km al giorno. Poeta, fotografa, videomaker, traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Ha studiato Lingue e Letterature straniere all’università di Pisa, ha frequentato la Scuola europea di traduzione letteraria di Magda Olivetti a Firenze e il master in traduzione letteraria per l’editoria dell’Università di Bologna, dove ha conseguito un dottorato in Letterature europee. Ha insegnato Lingua e Cultura italiana all’Università di Parma e alla Johns Hopkins University di Bologna e ha lavorato come insegnante e consulente per il Goethe Institut di Parma, la Inlingua di Bologna e altre scuole di lingue e italiano per stranieri. Ha collaborato con numerose case editrici, tra cui Mondadori, Salani, Crocetti, Compositori, Datanews. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei di lingua inglese, francese, tedesca, spagnola e portoghese e diversi altri autori per siti e riviste letterarie. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015), raccolta di saggi, articoli e recensioni su un centinaio di poeti contemporanei italiani e stranieri, già pubblicati in precedenza su rivista, in volume o in antologia. Ha pubblicato con Fara i romanzi La Collezionista (2005) e La mina (stra)vagante (2006), i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio(2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Come saggista e traduttrice ha collaborato con numerose riviste, e-zine e siti internet, ha scritto articoli, recensioni e saggi accademici. Sue foto sono incluse nei libri Poesie nello stile del 1940L’Assoluto, e FW 17-18 Men’s Collection di Massimo Sannelli. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News, dedicata alla poesia da tutto il mondo, alla letteratura della migrazione, al bilinguismo, all’arte e alla fotografia. Ha creato e gestisce il progetto Canegirico: http://canegirico.net.

Il suo sito è http://chiaradeluca.net.

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