Dalla prefazione di Vincenzo Frungillo

La poesia deve utilizzare i propri strumenti tecnici, ormai del tutto squadernati, in modo funzionale ad un’indagine della realtà che comprenda anche il rapporto tra la realtà stessa e la parola; la metrica, la struttura del testo, sono il soggetto e l’oggetto del discorso poetico, in quanto chiariscono di per sé che la vita è percepita sempre e comunque in maniera mediata dall’“animale fornito di parola”. Proprio seguendo questo ragionamento, proviamo ad affrontare Soundscapes a partire dal titolo, “paesaggi sonori”. L’attenzione ricade sullo spazio inteso come immaginario comune. Possiamo quindi parlare del libro come di un Bildungsroman dove la formazione è prettamente musicale. Lo spazio della propria biografia è circoscritto primariamente dallo Stimmung offerto dalle varie canzoni. Bagnoli si ripromette di fare ciò che l’“ingegnere del suono” Brian Eno ha fatto con la musica, creare spazi abitabili: lo spazio testuale è l’architettura in cui l’arredamento poetico, gli interni, sono modulati dalle esperienze sonore.

da Soundscapes (Carteggi letterari 2018)

Amarilli under the april skies
shadowplay «dal Mondo Nuovo»

1. (transience blue – en traversant nôtre Emilie)

le ossa scarnificate dei cirri nel cielo di aprile
sere lunghissime e lente della pianura padana
cadono in notti che sono già un’alba intrisa di pioggia
l’ombra del sole sparita al di là della curva del mondo
ultima splendida fiamma azzurra nel cielo cobalto

Le ore di aprile, respiro più fondo,
dentro a un celeste che ancora è fragile,
lo spazio della luce tutto vuoto:
come veloci accordi di chitarra
il tempo che trascorre e che verrà
crolla in brividi lungo la schiena,
ondata di energia fra noi e il sereno.
Al bordo dell’emisfero notturno
un raggio blu nella volta del cielo,
la fiamma dell’idrogeno e dell’indio,
brucia del freddo assoluto lassù
e curva l’aria distendendo l’arco
dell’orizzonte verso il nostro zenit.
Qui l’uniforme pressione dell’aria
ci spazza fuori, al di sopra del muro
plumbeo di polveri sottili e smog:
bruciando nell’incendio dei polmoni,
nel vento, nella corsa delle nuvole,
e nell’arpeggio elettrico dell’ombra,
nei feedback violentissimi del sole
e dei ricordi, dei rimorsi vani,
e della libertà di sguardi come
i cirrostrati tesi a mezzo il cielo,
l’ampio respiro del vuoto ci afferra
per la coda dell’occhio e ci riporta
all’ombra di quel sole del mattino
l’ora che sempre è stata la stessa.

2. (Orchestral Manoeuvres)

Bella Amarilli, amica d’infanzia
dei pomeriggi di quando hai dieci anni
luce di amabili stelle cheree
cheree you were my baby ed eri anche
il lento scorrere di ore piene
di vuoti assenti eri la lontananza
che avrei voluto avere con me
tu eri my comic book fantasy
e il mio desiderio a fior di labbra
(non c’era molto che desiderassi:
solo qualcosa di tiepido e dolce).
Il mare disegnava fino al cielo
gli sconfinati orizzonti aperti
ed era il tuo sorriso, Amarilli.
E ancora ogni volta che lo vedo
ritrovo quel respiro e quello spazio
di azzurra illimitata libertà
un vento di sudovest che riporta
la traccia di altri giorni sorridenti:

«Giorni di blu e un mare di silenzio
c’è sempre un jet che attraversa il cielo
il suo rumore che dura a lungo
si spande e riempie tutto lo spazio
che resta fra le cose ed i sogni
più densi e caldi nel mese di giugno».

E adesso che non ti trovo Amarilli
vorrei essere solo un passante
che ha la fortuna di darti uno sguardo
vedere la bellezza ad occhi intatti
con un sorriso e poi dimenticarti,
lasciarmi rarefare dall’estate
ombra di nuvole in fuga sul prato
vorrei sempre negli occhi il tuo colore
e i cieli indaco della rivolta.
Ma le persone sono i loro corpi
non fiumi di parole o di note,
correnti elettroniche leggere
vite fatte da soffi di vento
solo per accarezzarci la pelle;
e i corpi sono massa e cicatrici,
avviluppati dalla gravità
dal fango, da stanchezze e dai rifiuti,
che legano e affaticano giunture
e fasci muscolari e budella.
E ancora ogni volta che rivedo
la luce tremolante sopra al mare
e sento il synth-pop io mi ricordo:
se adesso io ripenso a com’eri,
come una venere paleozoica
si alza dalle acque gocciolante,
infido anfibio dalla pelle a scaglie
o insetto velenoso pronto a tutto,
così Amarilli eri bella e tremenda.

3. (Pop-Dämmerung in silver lining)

Ecco cos’eri Amarilli un sole che brilla
sopra il deserto degli anni d’infanzia alle spalle
una distesa di alti palazzi di periferie
di pomeriggi di ore di telefilm bianco e nero
degli anni cinquanta e sessanta di noia e di desiderio

Eri in quel blu Amarilli leggiadra
nel blu elettrico tutto per me
di polaroid e radio delle stelle
nei cieli incisi sul fondo degli occhi,
sull’altro lato di nervi e di pelle
da rovesciare adesso cercando
indietro oltre i crinali del passato
intorno alla parete dello specchio
la stella che eri i sospiri di blu
e forse anche quello che ero io
quando cercavo lì sull’orizzonte
tutti i deserti di luce futuri,
mai davvero castello incantato,
forse piuttosto sorriso smagliante
appena intuito all’orlo d’altri spazi,
sui margini di dubbio e inconsistenza;
perché non eravamo che una nuvola
nell’insistente vacuità del cielo
cui il vento cambia forma mentre il sole
ne illuminava l’orlo, rarefatta,
priva di forma, il bordo argentato
come le stelle noi. Vaga Amarilli
tu eri anche gli incubi notturni
in cui la carezza di dita care
è fredda quanto la luce lunare
che incide come un bisturi le palpebre
e scava sotto i solchi per le lacrime
(no non doveva finire così)
un bacio destinato a non svanire
l’ora che sempre è stata la stessa.
Resta negli angoli cupi del giorno
e ce ne può liberare soltanto
la tremenda chiarezza cristallina
di ghiaccio e fuoco di queste giornate,
il vento, le correnti d’alta quota.

4. (la stagione dell’amore)

Dolce Amarilli quante ore passate
cercandoti al centro della città
da solo sotto i freddi rami spogli
dei viali sotto alla pioggia d’autunno
senza più voce la luce dei fari
o nel riverbero delle canzoni
che attraversavano giorni e stagioni
come un’eco rimasta nel vento
nell’emozione che ho dimenticato,
che forse c’era, ma che non ricordo

«Alti sui tetti i raggi del sole
sono un’onda sonora trasparente
nell’eco acuta della luce nuova,
mentre in silenzio ci crollano dentro
muri e mondi, e giorni adolescenti.
Restiamo fermi, guardiamo così:
e guarda, oh baby babe why can’t you see?
Sembra un’altra città oggi!» – «Quale
città?» – «Di brezza e trasparenza, luce
gentile in fondo anche a giorni di ferro,
più dolce persino la prospettiva…
Altra città dal cielo più sereno,
più ampio l’orizzonte e lo spazio,
più limpida anche l’aria delle piazze
e delle strade pulite dal vento
attorno alle facciate dei palazzi,
spazzata da folate di silenzio».

La nuvola che passa i colli getta
un’ombra tenera sopra al paesaggio,
mostra che è meglio guardare in silenzio
il compiersi di climi e di stagioni,
gli anni volati attraverso il vetro
delle finestre, il sole specchiato
sulle grondaie e dalle inferriate,
la forma delle nuvole, il colore
dei palazzi appena ridipinti,
la rapida carezza della luce
sul rosso e sull’ocra delle case,
come una palpebra aperta e richiusa,
e questo vuoto infinito sereno
che riempie il sorriso quieto del mondo.

5. (here comes the rain)

l’aria che lungo canali e torrenti entra in città
porta ancora con sé una traccia del ghiaccio e del freddo
muove correnti leggere non sposta la polvere brucia
contro il peso più grande di quei desideri rimasti

Now Look At Me, Look At Me Now

(in fondo ai viali al bordo del cielo
si fanno avanti le nuvole nere)
sfocata dalla nebbia e dal fumo
in fondo alle ore in cui ti sognavo

Ti vidi nell’estate dei teenagers
nel buio e nelle stelle di ogni notte
nelle foreste dell’adolescenza
nelle onde azzurre del mediterraneo
quando il vento si stava ormai calmando.
Eri la luce serena di Venere
nei tenui tramonti dell’autunno
sempre con me nel cielo delle sere,
sempre a quell’ora davanti ai miei occhi,
ma ti cercavo in carte e tarocchi
in libri inutili e in giorni sbagliati
nel fuoco, tra le folle, nei concerti
o nei colori di un altro orizzonte,
in cima alle montagne degli inganni.
In questo modo ho perso anni e anni
ore di nebbia e d’indifferenza,
senza trovarti e ti ho messa da parte,
ma in fondo ai sogni più brutti tornava
l’ombra implacabile della tua assenza.
Nel permafrost perenne dell’adesso
(everything is as cold as life, diceva)
non c’è neanche molto che mi manchi
e ora che sono seduto davanti
a tutti i miei peggiori ricordi
messi in fila dall’ira del tempo
senza nessuna pietà per nessuno
ora ti cerco ti cerco Amarilli

Cieli di aprile il sole si oscura
nel mese crudele inizia la pioggia
essere stato e senza cambiare
disseppellita e fredda carogna
terra bagnata da cui non germoglia
niente ma solo un’altra vergogna
Prima il tuono (così disse il tuono)
che apre dentro il vuoto degli anni
che ti separa e divide in due
asunder like a thunder (said the thunder)
un varco senza ponti dove scorre
l’acqua che cade e fluisce nei fiumi
torbida torpida lenta e opaca
fredda e blu sotto a un cielo perfetto
trasporta fogli ma senza parole
I’m nothing non sono mai stato qui.

Ancora luci e ombre in questo cielo:
vento da sud e scintille di ghiaccio,
la corsa delle nuvole veloce
in fronti compatti di cromo e di piombo
sembra la fuga del tempo. Un disco
si ferma e il suono continua a morire.
Torna la pioggia e riporta i ricordi
un gusto aspro che morde la lingua
come il sapore di ferro del sangue.
Toccami e baciami come gli amanti
fanno, Amarilli, dolcissimo sogno:
tu cambi come il tempo del cielo
e questa che cade adesso è la pioggia.

Vincenzo Bagnoli (Bologna, 1967) lavora come redattore di testate giornalistiche e case editrici; è autore di saggi (Contemporanea, Esedra 1997; Letterati e massa, Carocci 2000; Lo spazio del testo, Pendragon 2003) ed è stato tra i fondatori di «Versodove. Rivista di letteratura».
Suoi versi sono apparsi su varie riviste, quali «Rendiconti», «Origini», «Tratti», «il Verri», e in antologie uscite per Transeuropa e LietoColle, nonché in molti blog, siti e webzines italiani e stranieri (Nazione indiana, Absolutepoetry, Poetarum Silva, Atlante dei poeti, Librobreve, L’Ulisse, Niederngasse, Alfabeta2, radioemiliaromagna.it, De llibres, Otra Iglesia Es Imposible).
Ha pubblicato le raccolte 33 giri stereo LP (Gallo & Calzati 2004), FM – Onde corte (Bohumil 2007), Deep Sky (d’if 2008) e, con foto di V. Reggi e prefazione di Antonio A. Clemente, Offscapes. Beyond the Limits of Urban Landscapes (Trafika Europe 2016; Offscapes. La parte distante del paesaggio, Sala Editori 2017). Ha realizzato i testi dell’album Bologna ’67-77 della band Stratten (NML 2012) e del graphic novel di Elena Guidolin, Outlandos (GIUDA edizioni 2016); ha inoltre collaborato ad alcuni documentari di Home Movies e Mammutfilm. Soundscapes (Carteggi letterari) è stato pubblicato nel 2018.

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