Nota critica di Gualtiero De Santi

 

Arieggiano le più soventi volte a misure  di dieci e più sillabe i versi delle raccolte di Tomaso Pieragnolo, quantomeno della più recente, Viaggio incolume, edita nel novembre 2017 nella collana Passigli Poesia; ma l’uguale si sarebbe ben potuto dire dell’antecedente nuovo mondo del 2010, sulla quale ci si è a suo tempo soffermati proprio in Fermenti. Le dinamiche della scrittura sono  evidentemente dominate da una eterogeneità  di accentuazioni e  battute e  un ductus che risponde all’esigenza della voce – o meglio del respiro che guida la scansione delle frasi e appunto dei versi – e con un ritmo sinfoniale e ampio, quale risulta dalla fusione di più elementi o di rapporti di durata a sua volta derivanti da rapporti di intensità immaginale e emotiva.

Un fiume di parole e di immagini accese e lampeggianti nella multipolarità dei caratteri del movimento, con l’intreccio di lógos e mélos e periodi ritmici in cui gli accenti ora si attenuano ora si  scandiscono con energia. Un sistema e una struttura espressiva che andrebbero certo approfonditi e che Pieragnolo condivide almeno in parte con la poesia della moglie, Rosa Gallitelli (si pensi a Selva creatura leggera) e che sono senza dubbio debitori nei riguardi della lirica latino-americana; ma che nondimeno spingono a  interrogarsi sul percorso vitale e sul grado di incolumità – o a contrappeso di perigliosità – che  comportano.

Dell’universo subcontinentale dell’America Tomaso Pieragnolo ha assorbito la forte pulsione immaginativa dilatata sino alla visionarietà e provocante la caduta a cascata dei sintagmi. Se non apparisse eccessivo, ci si potrebbe rinviare a un Gabriel García Márquez tuttavia avviluppato in corrente poetica. La cui intrepidezza  perciò possieda i crismi di un senso, esistenziale ed estensivamente filosofico e storico – e fors’anche ontologico – che compete comunque (o anche) alla poesia europea, al suo carattere di non terminabilità, di solennità, di perenne trasferimento nella vita.

Al centro – a conferire linfa ai tratti  espressivi –  è un seme materiale. «Feconda questa notte un nucleo afoso», recita  l’attacco di una delle suites  della raccolta, che non a caso, data l’appartenenza di Pieragnolo alla nostra poesia italiana di questo inizio secolo, si fa «serto / sodale sotto il monito del cielo», volgendo come in fatto avviene in quel passo una fermentazione materiale in oracolo classico e misterico al contempo, in  ascendente espressivo.

La poesia che, nei singoli sintagmi coltiva l’istante ma è continuum e discontinuità, riesce a dare nozione di una condizione, un modo d’essere, ma anche del suo divenire. È sostanza che si riconosce in ciò che è evocazione e figura, ma tutt’insieme tempo e spazio (e questo forse spiega l’ampiezza dei versi e delle loro singole partizioni). C’è infatti, in ogni singola lirica, tra l’inizio e la conclusione una rete di immagini; tra l’io poetico e la creatura femminile cui egli si rivolge, corre una distanza che diviene però ben presto vicinanza. E un’uguale dialettica o corresponsione si rinviene nella concretezza dei termini (in note a piè pagina, inusuali  nelle raccolte di versi, l’autore offre spiegazioni su un piccolo uccello variopinto nominato nel testo, l’Aveiris, e allo stesso modo  in un altro poema compaiono minuscoli pappagalli, nominati  pericos) e nella loro portata immaginale, visionaria. Una durata coincidente a un’evoluzione e un percorso destinati a un compimento felice, secondo quanto ci viene suggerito dalla figura del titolo che si richiama a un “viaggio incolume”, a un viaggio che termina bene.

Non dunque – come del resto si sarà ben inteso – un’assenza di cose ma un folto di presenza e pressione ha il potere di consegnarci fatti tangibili. Parimenti, non  gli  straripanti suggerimenti sonoro-visivi né il processo metamorfico o in divenire che domina la struttura del libro e cui il decorrere delle ampie frasi avvezza il lettore a una precisa semantica, tolgono al paesaggio, simbolico e tangibile al contempo, ma anche naturale e psichico, la sua luminescenza e trasparenza e prensilità.

C’è in Tomaso Pieragnolo qualcosa di barocco  che per essere concreto – e per essere legato alla natura vera – non si risolve in alcunché di frondoso ed ornamentale. Armata del suo proprio impeto, la scrittura diviene incandescente e ventosa, prorompente e libera. Qualcosa che ricerca in questa totalità che si trova a fronte e che tratteggia, le coincidenze possibili dell’esistenza.

Spiranti da un congenito sensualismo, i versi  si abbandonano  a impeti  di delicatezza e di donamento, disvolgendosi dal concatenarsi semantico delle frasi  in incandescenza espressiva. Infine, celata nelle proprie origini ma anche in  movenze segrete, emerge una natura  che è in parte percepita con la parte dell’anima e della psiche, ma che è poi indagata con la mente della poesia.

Questo – si sarebbe propensi a dire – perché solo l’esistenza che ci sfida è capace di forzare, di suscitare e mantenere un potere di analisi e di conoscenza. Ciò in forza di un’immaginaria casualità ma anche delle esperienze culturali e morali. Così, in uno spazio contraddistinto da moltissimi segni, immagine e soggetto espressivo  si traducono – dopo esser stati “spaziotempo” in funzione predominante  –  in uno spazio dominato, o ricreato, che trova alla fine nuova vita. E in fatto il viaggio di Pieragnolo si conclude positivamente giusto nello specchio con la figura femminile.

«Così / ricorda lui nascere amanti (alianti?) / soffiati a una stagione che non venne, a lei / che l’acconsente e in primavera discende / una neve che si scioglie fuori tempo, vestale / o allusione o vaticinio, così / complesso nelle parole di chi impara / a inventarsi in questa ressa un’utopia», tale il bellissimo explicit  di Viaggio incolume.

 

da Viaggio incolume (Passigli, novembre 2017)

 

Io canto nel tuo nome perché tu
da un luogo lontano tu mi senta richiamare
perché giunga alla tua bocca questa goccia
e una sete pendente
ci racconti il vecchio mondo, la terra
già perduta nell’essenza ma sempre solvente
inalterata perfezione. Come i versi
necessari degli uccelli, degli alberi mistici
imbevuti di foschie, con un atto
della mano sulla fronte magari potrà
provocando un sorriso con lusinghe agghindarla,
quando è tempo di partire
con parole abbracciarla, ricordando
coniugato sul suo viso come sarà
sotto i suoi piedi un cammino, le sue mani
che maneggiano fiorami e sopra le vette
una parvenza di silenzio; ragazza
che un enigma vai tessendo con nembi
d’inchiostro sotto il dono di stagioni, che non sai
mai terminare né iniziare, né forse sommare
al tuo continuo cambiamento, confida
nella vita in ciò che sogni e certo un mattino
così vicino, tratteggiando il tuo profilo
mentre dormi lei ti ammalierà
per una volta ed una ancora, e tu
dal passato saprai sorriderle.

***

Lei solleva la sua mano e gli sussurra «io
ti aiuterò in questo scricchiolio di ponte
in cui ogni passo è incerto ed ogni cielo
è come un alterno di stoltezza e di clamore»;
perché da questa notte così buona lei
ha imparato contro il male a bestemmiare,
a insegnargli ad occhi chiusi a immaginare
le poche nevralgiche illusioni come nuove,
contando nel suo sonno tutti i sogni che in corto
frangente si erigevano a fortezza; con il miele
che conosce avrà condotto lontano
le fervide utopie di storie appese
dentro al vento come abiti a seccare, o dentro
l’autunno come ali per volare, nel risveglio
solo ali per amare o per inazzurrarsi
pur restando sempre soli, altere
per raggiungere i suoi baci pertanto
disabili nei sogni che ha guardato
concedersi alla vita che ci è data. Non sarà
questo suo corpo che comprende l’avara
invenzione che ostinata ci scolora, ma
uno sguardo che accecato tutto vede e tutto
scorda eccetto ciò che è sconosciuto, che divina
tutto ciò che ha preservato per questo
presente claudicante nel suo ufficio
di morire e poi rivivere ogni giorno.

***

Lui sente come monta
questo magma in notti fuorviate
e allentate dai liquori,
sotto cieli buccellati
da pianeti che gemono a fasce
sopra praterie e vivenze,
l’assioma lungo mesi inabitati
e il lauto gravame
delle copule animali;
lei sorpresa sbigottita
ad ascoltare il cronico e sordo
disaccordo della terra,
con tutto nei suoi pressi che respira
e che lieve s’irriga
dentro un orcio necessario;
i rosa fenicotteri
salpati durante l’afflato
zigrinato delle piogge,
le doglie che si odono cadere
e sui legni l’arare
degli insetti senza un nome,
l’armare delle chele
di scorpioni che sotto la coltre
hanno trovato un abituro,
silenzio delle nottole notturne
che arieggiano in volo
questa cupida inflessione;
allora lei comprende
come tutto nel cogito esiste
in una stessa dimensione,
un essere del tutto comprensivo
e come controvento
l’aspra notte stia dicendo «vedi
la vita non lontano sta figliando,
c’è il suo aroma sulla costa
e dentro l’aria c’è il suo azzardo
con scintilla quasi umana,
c’è quel lezzo del melmoso alligatore
che in ispidi giorni sta ingoiando la sua preda
e tutto esiste in uno stesso movimento,
in questo insonne inamidato spaziotempo,
l’hai sentito appena fuori dalla porta
da sempre socchiusa su un enclave
o solo soglia di un asserto
scaturito dal futuro.»

***

Lei si mette il suo vestito di ragazza e dice
– foglie, sogni, senilità dei regni – fino allora
cosa è stata la sua vita scordandosi rapida
le secche di settembre, dimentica
su spiagge lanceolate da venti africani
e da rugosi veterani, da pini
resinosi che osservarono salsedini ombrose
per i giorni del suo lutto. Lei ricorda
tutto questo e sempre tace la fuga o fallace
nostalgia della memoria, l’abbondante
privazione religiosa che porta un retaggio
di vagoni immacolati, di rotaie
che rimbalzano sul mare e in apice un sole
che schernisce nel ritorno; poi
si guarda nel mattino più contrito e dice
«andiamo, amore, a maritarci nuovamente,
sarò madre, sarò vela, sarò estrema
miniatura,
così stretta
alle tue braccia diverrò la donna
consueta alla partenza e ad ogni svio.

***

Ma voglio vivere finché non muoio – auspica lui
dal futuro approssimato – finché esisto
con qualcosa d’infinito che attende gli uomini
ogni volta che ricordano, ricordano
una volta e senza fine che furono amati
dal tramonto a un altro mondo, sconfitti
dal lucore senza dolo di tante stagioni
che le api inventarono, per renderci
sapevoli al miraggio di eteree fortezze
che domani svampiranno; perché
per ogni bacio c’è una lampada che accendono
labbra desolate che si amarono, cadendo
nello iato di ogni guerra che agli esseri tocca
di comprendere e lenire, oltre gli asti
che i corpi diteggiano
quando perdono il vero.

 

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da venticinque anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli ha pubblicato il suo ultimo libro “Viaggio incolume” (novembre 2017) e nel 2010 “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti raccolte “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra, vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). Come traduttore di poesia latinoamericana ha collaborato dal 2007 con la rivista Sagarana, proponendo principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, non ancora tradotti in Italia, e con alcune case editrici che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Premio Camaiore per la traduzione, e “Come le rose disordinando l’aria”, Passigli 2015, con Rosa Gallitelli, finalista Premio Città di Morlupo e Città di Trento) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Camaiore, rosa finale Premio Marazza). Nel Marzo 2019 è uscito a sua cura presso la casa editrice Arcipelago Itaca “Non importa ormai vivere bensì la vita” di Juan Carlos Mestre (Menzione speciale Premio Camaiore).

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