Ci sono parole rumene che ripeto nelle mie poesie inglesi, ci sono canti e preghiere che canto e recito a mio figlio quando va a dormire la sera, che aprono in me questo vasto abisso fra la persona che credo di essere diventata e quella che sarei potuta essere, se avessi deciso di portare con me la mia lingua nei vari paesi in cui ho vissuto. Questa è la ragione per cui credo che la metafora dell’adozione sia efficace per rappresentare il mio tipo d’esilio. I figli adottati possono crescere forti e avere vite ricche come quelli naturali. Mia madre fu adottata. Ha creato per sé una vita ricca, considerando tutte le sue sofferenze e le sue ferite. Non è un male vivere sulla soglia della dimenticanza. Ma ora vorrei aggiungere: però è più complicato di così. La coscienza della propria condizione emerge dal solco di questi contrasti. Come scrittori dobbiamo cercare di  comprendere il nostro rapporto con la nostra lingua e capire perché ne facciamo tesoro, perché in essa vogliamo immaginare un mondo migliore e più pacifico. Quanti fra noi sono stati travagliati dai diversi flussi della storia hanno il dovere di lottare per trovare un posto per sé stessi nel mondo e fra le lingue del mondo, poiché è un nostro diritto. Che molti di noi invecchieranno e moriranno senza avere un angolo della terra da chiamare “casa” è un fatto innegabile. Ma spero che tutti noi troveremo la lingua giusta – qualsiasi lingua – per poter esprimere verità e bellezza.

 Carmen Bugan

 

Da Sulla soglia della dimenticanza. Prosa e poesia (Edizioni Kolibris 2014 – Traduzioni di Chiara De Luca e Matteo Veronesi, con la collaborazione di Lidia Santonastaso)

 

On the side of forgetting

for my grandmother Anghelina

I

We stood in the main doorway
According to the custom of important days
(Usually marked by the village priest
With holy water dripping from dry basil
But now recorded in the slow turn of hinges):
Come back, you said, I will, I said.

You stored the coffers with my dowry
And we walked to the station before dawn.

The moon whitened the crossing of dirt roads
Spread like open palms.

 

Sulla soglia della dimenticanza

Per mia nonna Anghelina

I

Stavamo nell’entrata principale
com’era d’uso nei giorni importanti
(in genere segnati dal prete del paese
con acqua santa stillata da basilico essicato
ora invece registrati dal lento giro dei cardini):
Ritorna, mi hai detto, Lo farò, ti ho risposto.

Tu stipasti nelle casse la mia dote e ce ne andammo
a piedi alla stazione prima che albeggiasse.

La luna imbiancava l’incrocio di sentieri
spalancati come palmi aperti.

*

Taking leave

You take my hand between rough fingers
And we cross the ocean on the map to America.
I think of days left for you to have wine and walnuts,
To feed pigeons in the yard with corn grains,
Of one more spring when you will walk the palms
Of your hands over the yellow bed of tulips.

Sitting on a chair in front of the house
Even through the haze of Alzheimer’s you know
This leave-taking is the final one – and how are we
To stretch this moment so far that it will last a lifetime?
We, who go, stand in front of you waiting for blessings
From your blue, confused, wet eyes.

‘Make me an altar before you go,
In the kitchen, on top of the cupboard.
On your grandmother’s crochet tablecloth,
With grapes made of fabric, put the icons of St Mary
And St Nicholas. Then light the oil lamp, my child.
After you leave I’ll pray for you there.’

Around us, neighbours and family weep with the
weeping of funerals,
Two dumb girls plead with us not to go,
The crowd is astonished at their garbled words.
And only when Mother starts pounding on Dad’s chest
Overcome with the madness of leaving everything,
You stand up: ‘It’s your duty to go,’ you say.
The crowd walks us to the gate, the car, a dog barks,
Birds sing. It is October.
Alone, you are left in the chair, warmed only by the sun.

 

Congedo

Mi prendi la mano tra le tue dita ruvide
e attraversiamo l’oceano sulla mappa per l’America.
Penso a quanti giorni ancora potrai avere vino e noci,
dispensare granturco ai piccioni nel cortile,
di un’altra estate ancora in cui passerai i palmi
delle mani sui tappeti gialli di tulipani.

Seduta su una sedia di fronte alla casa
nonostante la nebbia dell’Alzheimer tu sai
che questo congedo è quello finale – e come faremo
a espandere questo momento affinché duri una vita?
Noi, che andiamo, in piedi davanti a te in attesa della
benedizione
dei tuoi umidi occhi azzurri e confusi.

“Fammi un altare prima di partire,
in cucina, in cima alla credenza.
Sulla tovaglia all’uncinetto di tua nonna,
con uva di stoffa, mettici le icone di Maria e
San Nicola. Poi accendi la lampada a olio, figlia mia.
Quando sarete partiti è lì che pregherò per voi.”

Attorno a noi, i vicini e la famiglia piangono il pianto
dei funerali,
due ragazze ritardate c’implorano di non partire,
la folla è stupita dalle loro parole sconnesse.
E solo quando Mamma inizia a colpire il petto di Papà
sopraffatta dall’assurdità di dover lasciare ogni cosa,
tu ti alzi: “Avete il dovere di andare,” dici.
La folla ci scorta al cancello, l’auto, un cane abbaia,
uccelli cantano. È ottobre.
Da sola, rimani sulla sedia, soltanto il sole ti riscalda.

*

Grand Rapids, Michigan

Father repeats his own name aloud as if to remember it:
Sheepskin coat, blood-shot eyes, one suitcase,
He carries his age and his language on his tongue.

Mother gathers us around her:
I still see on her face the green lights on the platform in
Bucharest,

The arm of the conductor lifting to Go!

When we crossed the frontier
We drank quietly from a flask of plum brandy:
I still don’t know what each of us was thinking.

Someone carries a sign with our name written on it,
We don’t know him but embrace him
And let him drive us through driving snow.

 

Grand Rapids, Michigan

Papà ripete il suo nome ad alta voce come per
ricordarselo:
cappotto di pelle di pecora, occhi iniettati di sangue,
una valigia,
si porta la sua età e il suo idioma sulla lingua.

Mamma ci raduna attorno a sé:
vedo ancora sul suo viso le luci verdi del binario di
Bucarest,
il braccio del capotreno che si alza e dice Vai!

Quando varchiamo la frontiera
beviamo tranquilli da un fiasco di slivovitz:
ancora non so cosa stesse pensando ciascuno di noi.

Qualcuno porta un cartello con il nostro nome,
non lo conosciamo ma lo abbracciamo
e lasciamo che ci guidi nella neve sferzante.

*

Cursing the tongue

Tonight I am cursing the tongue for breaking the
eternal
Inside the fort of Hornhead, when it thought it knew
From eyes and lips and the white of bog cotton
That we were always going to live by foxgloves
Or at least by their memory, but in our house of
dreams.

When the sun went to Michigan
Leaving only the silhouette of Tory Island,
You spread blooms of heather in my hair and looked
at me
Through the unsheltered windows of the fort, and
When our hands held, waves lifted the ocean to us.

Now I keep a photograph in which I walk away
And one in which a swan is as white as the emptiest
pain.
Tonight I curse the tongue
For it invented belief in love which lasts.

 

Maledicendo la lingua

Stanotte maledico la lingua per aver spezzato l’eterno
dentro il forte di Hornhead, quando pensò di sapere
dagli occhi e dalle labbra e dal bianco dell’erioforo
che saremmo vissuti per sempre con le digitali
o almeno con il loro ricordo, ma nella nostra casa dei
sogni.

Quando il sole se ne andò nel Michigan
lasciando solo la sagoma di Tory Island,
mi spargevi fiori d’erica tra i capelli e mi guardavi
attraverso la finestra esposta del forte, e quando
le nostre mani si tennero, le onde c’innalzarono
incontro l’oceano.

Ora serbo una fotografia in cui me ne vado a piedi
e una in cui un cigno è bianco come la più vuota delle
pene.
Stanotte maledico la lingua
perché ha inventato la fede nell’amore che dura.

*

Last Day in Our House

For my mother

Each, alone, walked through every room touching the
walls
Sleepwalking. I shuffled along the empty hall

And pressed my lips over the fissure
Between the rocket and the star my mother painted
gold,

Whispered there, “Remember me the whole of your
life.”
I rubbed the sweaty prints of my hands on the drawing

To leave a bit of skin on the blue whitewash,
Visible as the empty spaces where our pictures used to
hang.

 

Ultimo giorno nella nostra casa

Per mia madre

Ciascuno, per conto suo, camminava in ogni stanza
toccando le pareti.
Sonnambula. Trascinavo i piedi nell’ingresso vuoto

e premevo le labbra sulla fessura
tra il razzo e la stella d’oro dipinti da mia madre,

e là sussurravo, “Ricordati di me per tutta la vita.”
Strusciai i polpastrelli sudati sul disegno

per lasciare un po’ di pelle sulla calce azzurra, visibile
come gli spazi vuoti dove un tempo erano appese
le foto di famiglia.

 

Carmen Bugan è nata in Romania nel 1970 ed è emigrata negli Stati Uniti con la famiglia nel 1989, dopo che il padre era stato arrestato per aver protestato contro il regime di Ceausescu. Ha studiato all’Università del Michigan (Ann Arbor), alla Lancaster University, alla Poets House (Irlanda), e al Balliol College di Oxford, dove ha conseguito un dottorato in Letteratura Inglese. Ha pubblicato le raccolte poetiche Crossing the Carpathians: Poems (Oxford Poets/ Carcanet 2004), The House of Straw (Shearman 2013), uno studio critico dal titolo Seamus Heaney and East European Poetry in Translation: Poetics of Exile (Legenda/Maney Publishing 2013), e il memoriale Burying the Typewriter: Childhood Under the Eye of the Secret Police (Picador 2012). L’edizione americana di questo libro ha vinto il Bread Loaf Conferencem Bakeless Prize for Nonfiction, l’edizione inglese è stata menzionata come libro della settimana da BBC Radio 4 ed è stata tra i finalisti del George Orwell Prize per la scrittura politica. Il memoriale è stato tradotto in Svezia, in Polonia ed è in corso di traduzione in Romania. Attualmente Carmen Bugan sta effettuando delle ricerche in merito ai documenti relativi a lei e alla sua famiglia custoditi dalla Polizia Segreta e sta scrivendo un libro sull’esperienza di aver vissuto da entrambi i lati della Cortina di Ferro. Vive in Francia con il marito e i loro due figli.

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